Scope 3: la parte più grande della tua carbon footprint è anche quella che nessuno controlla davvero.

Hai misurato le emissioni dirette. Hai calcolato quelle dell'energia. E poi hai aperto il capitolo Scope 3, e improvvisamente il perimetro si è moltiplicato. Fornitori, trasporti, clienti, fine vita dei prodotti. Dati che non hai, categorie che non sai come prioritizzare, responsabilità che non dipendono solo da te.

Se ti è successo, non sei solo. Lo Scope 3 è il punto in cui la maggior parte delle aziende rallenta - non per mancanza di volontà, ma perché il metodo usato per Scope 1 e 2 non funziona più. Il perimetro è troppo largo, i dati troppo distribuiti, le responsabilità troppo condivise.

Il problema non è lo Scope 3 in sé. È come lo si affronta. In questo articolo proviamo a spiegare perché è così complesso, dove si concentra davvero l'impatto nei diversi settori e come costruire un approccio che funzioni - progressivo, focalizzato, utile.

Scope 1, 2, 3: una mappa rapida

Prima di entrare nello Scope 3, vale la pena chiarire come si suddividono le emissioni secondo il GHG Protocol, lo standard di riferimento internazionale per la misurazione della carbon footprint aziendale.

SCOPE 1

Emissioni dirette da fonti di proprietà o controllate dall'azienda: combustione nei forni e caldaie, flotta aziendale, gas refrigeranti, processi industriali.

SCOPE 2

Emissioni indirette legate all'energia acquistata da terzi: elettricità, riscaldamento, raffreddamento e vapore. ​

SCOPE 3

 Tutte le altre emissioni indirette lungo la catena del valore - upstream (fornitori, materiali, logistica in entrata) e downstream (uso dei prodotti, fine vita, trasporti in uscita, investimenti).


Fonte: GHG Protocol Corporate Standard

Scope 1 e Scope 2 sono relativamente lineari: i dati esistono, i processi sono sotto controllo, i confini sono chiari. Lo Scope 3 è un'altra storia.

Quanto pesa lo Scope 3? I numeri che cambiano la prospettiva

La ragione per cui lo Scope 3 non si può ignorare è aritmetica, prima ancora che normativa.

70–90%

delle emissioni totali di un'azienda proviene dallo Scope 3

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tanto pesano le emissioni di filiera rispetto a Scope 1+2 combinati (CDP, 2024, oltre 23.000 aziende)



Fonti: GHG Protocol; CDP Supply Chain Report 2024; McKinsey (stima ~90% per la media aziendale)

Per capire cosa significano questi numeri nella pratica: Unilever dichiara che il 95% della propria carbon footprint si trova nella value chain, non nelle operazioni dirette. Ford stima che il solo utilizzo dei veicoli venduti valga il 75% del suo Scope 3. HP ha scoperto che i 30 fornitori più grandi sono responsabili dell'80% delle emissioni Scope 3 dei propri fornitori diretti.

La conclusione è netta: un'azienda che ottimizza Scope 1 e 2 senza toccare lo Scope 3 sta lavorando su una frazione minoritaria del proprio impatto climatico.

Perché lo Scope 3 è così difficile da gestire

Capire cos'è lo Scope 3 è semplice. Gestirlo è un'altra cosa. Quattro sono le difficoltà strutturali che le aziende incontrano - indipendentemente dalla dimensione.

Il perimetro è enorme. Il GHG Protocol suddivide lo Scope 3 in 15 categorie lungo tutta la catena del valore. Senza una priorità chiara, il rischio è di provare a coprire tutto - e finire con un sistema ingestibile.

I dati non esistono (o non sono standardizzati). A differenza di Scope 1 e 2, le informazioni sulle emissioni di filiera spesso non sono disponibili direttamente. Si lavora con stime, database medi, proxy. Aspettare dati perfetti prima di partire è uno dei modi più rapidi per non partire mai.

Le responsabilità sono distribuite. Una parte rilevante delle emissioni dipende da fornitori e partner che non sempre hanno gli strumenti per misurarle. Coinvolgerli richiede tempo, coordinamento e un approccio graduale - non si può chiedere a tutti i fornitori di rispondere contemporaneamente.

Le informazioni sono frammentate internamente. Acquisti, logistica, R&D, operations: ognuna di queste funzioni ha un pezzo del puzzle. Aggregarle in modo coerente richiede un metodo, non solo buona volontà.

La parte più rilevante della carbon footprint è anche quella meno controllabile. Ed è per questo che richiede un approccio diverso.

Il risultato di questi quattro ostacoli? Molte aziende si bloccano. Oppure costruiscono sistemi complessi che producono dati difficili da leggere - e ancora più difficili da usare per prendere decisioni. A livello globale, secondo Clarity AI, solo il 60% delle aziende include lo Scope 3 nella propria rendicontazione - e tra chi lo fa, solo il 46% fornisce una disclosure metodologica completa (KPMG, 2024).

Dove si concentra davvero l'impatto: la prospettiva settoriale

Non tutte le 15 categorie dello Scope 3 hanno lo stesso peso. E quello che conta cambia radicalmente da un settore all'altro. Partire da questa consapevolezza è il primo passo per costruire un approccio gestibile.

Manifattura: le emissioni sono dominate dall'upstream. La categoria "acquisto di beni e servizi" - materie prime, componenti, semilavorati - concentra spesso la quota principale dell'impatto. Un produttore meccanico o chimico che non guarda ai propri fornitori di primo livello sta ignorando il cuore del problema.

Food & Beverage: la filiera agricola e il packaging pesano più di tutto il resto. Le emissioni legate agli ingredienti e al trasporto possono superare di gran lunga quelle operative. Nestlé, Coca-Cola, PepsiCo richiedono già oggi ai propri fornitori di primo livello (che coprono il 70% delle emissioni) di misurare e dichiarare la propria carbon footprint.

Farmaceutica: i processi di sintesi chimica, la catena del freddo e la gestione dei rifiuti speciali dominano l'upstream; l'impatto dei farmaci durante l'uso domina il downstream. La complessità è alta su entrambi i fronti, con logiche molto diverse da quelle manifatturiere classiche.

Retail ed elettronica: il peso si sposta a valle. Utilizzo dei prodotti venduti e fine vita diventano le categorie più rilevanti. Ford lo ha quantificato con precisione: il 75% del suo Scope 3 deriva dall'uso dei veicoli. Chi non misura il downstream sta guardando la parte sbagliata del grafico.

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tanto valgono le emissioni di filiera rispetto alle emissioni operative in media (CDP, analisi di 23.000+ aziende, 2024)

Per i retailer e il settore finanziario, il rapporto può arrivare a 25:1 

Fonte: Council Fire / CDP

Questi esempi mostrano un punto chiave: non esiste uno Scope 3 "standard". Esiste quello rilevante per quella specifica azienda, in quel settore, con quella catena del valore. Ed è da lì che si costruisce un approccio che funziona.

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Come renderlo gestibile: un approccio progressivo

L'errore più comune è cercare di misurare tutto subito. Le aziende che lavorano meglio sullo Scope 3 fanno l'opposto: partono da dove conta di più, usano i dati disponibili anche se imperfetti, e costruiscono nel tempo.

Prima: identifica le categorie prioritarie. Non tutte le 15 categorie hanno lo stesso peso. Fai una stima di massima (anche con dati secondari o spend-based) per capire dove si concentra l'80% dell'impatto. Inizia da lì - non dall'elenco completo.

Secondo: inizia con dati imperfetti. I dati perfetti non esistono all'inizio - e aspettarli blocca il processo. Parti da fattori di emissione medi, database pubblici (come EXIOBASE o ecoinvent), stime basate sulla spesa. La precisione migliora nel tempo, man mano che si consolidano le relazioni con i fornitori.

Terzo: coinvolgi la filiera in modo selettivo. Non chiedere a tutti i fornitori di misurare le proprie emissioni contemporaneamente. Segmenta: identifica i 10–20 partner che coprono la maggior quota delle emissioni e inizia un dialogo con loro. I grandi player (Unilever, HP, P&G) hanno dimostrato che questo approccio funziona - e i piccoli fornitori spesso si adeguano quando il cliente principale chiede.

Quarto: usa lo Scope 3 per decidere, non solo per rendicontare. Il valore reale non sta nel numero da mettere nel report. Sta nel capire su quali leve - fornitori, materiali, logistica, design del prodotto - intervenire per ridurre davvero l'impatto. Quando lo Scope 3 diventa uno strumento decisionale, smette di essere un peso e diventa un vantaggio.

Non serve essere completi fin da subito. Serve capire dove conta davvero - e partire da lì.

Come può aiutarti Kyklos Carbon

Trasformare lo Scope 3 da esercizio complesso a strumento utile richiede un metodo. In Kyklos Carbon affianchiamo le imprese in ogni fase di questo percorso - partendo dall'azienda, non dallo standard.

  • Analisi del perimetro e delle categorie rilevanti: identifichiamo dove si concentra davvero l'impatto lungo la catena del valore, settore per settore, evitando di disperdere risorse su categorie secondarie.
  • Approccio progressivo alla raccolta dati: costruiamo un sistema che funziona anche con dati parziali o stimati, migliorabile nel tempo - senza bloccare il processo in attesa della perfezione.
  • Coinvolgimento della filiera: supportiamo l'azienda nel lavorare con i fornitori più rilevanti, definendo le domande giuste, i formati giusti e la sequenza giusta.
  • Dallo Scope 3 alle decisioni: non solo raccolta e rendicontazione, ma analisi degli impatti per orientare scelte concrete su acquisti, logistica, materiali e design del prodotto.

L'obiettivo non è avere uno Scope 3 completo. È avere uno Scope 3 che funziona.

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Conclusione

Lo Scope 3 non è complesso perché è impossibile da gestire. Diventa complesso quando viene affrontato senza priorità - cercando di misurare tutto subito, con dati che non esistono ancora, coinvolgendo tutta la filiera in una volta.

La svolta arriva quando si cambia prospettiva: non più "come completo il perimetro" ma "dove intervengo per avere il maggiore impatto". È in quel momento che lo Scope 3 smette di essere un freno e diventa quello che dovrebbe essere - uno strumento per prendere decisioni migliori sulla propria catena del valore.

Il valore dello Scope 3 non sta nella completezza del dato, ma nella sua capacità di orientare decisioni più consapevoli nel tempo.

Scope 3: la parte più grande della tua carbon footprint è anche quella che nessuno controlla davvero.
Francesco Pellè 16 aprile 2026
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