La scena è banale. Un magazzino di fast fashion in Europa, scaffali pieni di T-shirt a 6 euro. Chilometri di distanza, in un capannone senza finestre nel distretto industriale di Dhaka, una donna di 23 anni lavora dodici ore al giorno su quella stessa T-shirt. Non ha firmato un contratto. Ha pagato un intermediario per trovare quel lavoro. Quella cifra, più grande di quanto guadagnerà in mesi, la tiene legata a quel posto. Non può andarsene.
Non è un caso isolato. Non è nemmeno una storia particolarmente nuova. Quello che è cambiato, nel 2025, è che chi vende quella T-shirt in Europa non può più dire di non sapere. Anzi: ha l'obbligo giuridico di verificarlo.
Il 30 luglio è la Giornata Internazionale contro la Tratta di Esseri Umani, istituita dall'ONU con la risoluzione A/RES/68/192 del 2013. Il tema scelto per il 2025 è: "La tratta di esseri umani è criminalità organizzata. Fermiamo lo sfruttamento." È una scelta precisa, che punta il dito sulle reti strutturate che gestiscono il traffico di persone su scala globale. Ma c'è una dimensione di quello sfruttamento che le campagne di sensibilizzazione toccano raramente: quella che scorre dentro le filiere produttive delle imprese più comuni. Quella che non richiede trafficanti con il cappello da gangster, ma semplicemente intermediari che non pongono domande e buyer che non chiedono troppo.
I numeri che nessun bilancio di sostenibilità mostra
Secondo le ultime stime ILO, Walk Free e IOM (Global Estimates of Modern Slavery, 2022), nel mondo ci sono circa 27,6 milioni di persone in situazione di lavoro forzato in un qualsiasi giorno dell'anno. Non sono prigionieri di guerre antiche. La maggior parte di loro lavora nell'agricoltura, nella manifattura, nei servizi domestici, nella pesca, nell'edilizia: settori che compaiono direttamente o indirettamente nelle catene di fornitura di quasi tutte le grandi imprese globali.
Di queste 27,6 milioni di persone, circa 17,3 milioni subisce lo sfruttamento in contesti privati: aziende, fattorie, cantieri. I restanti 10 milioni si trovano in situazioni di lavoro forzato imposto dallo Stato. Tra le 27,6 milioni, 3,5 milioni sono minorenni. Secondo il dossier 2025 di Save the Children, nel 2022 più di una vittima su tre di tratta aveva meno di 18 anni.
27,6 mln
persone in lavoro forzato in un qualsiasi giorno (ILO-Walk Free-IOM, 2022)
3,5 mln
di queste sono minori
Fonte: ILO, Walk Free, IOM, Global Estimates of Modern Slavery: Forced Labour and Forced Marriage, 2022
L'UNODC, nel suo rapporto per la Giornata del 30 luglio 2025, ricorda che tra il 2020 e il 2023 sono state identificate ufficialmente oltre 200.000 vittime di tratta nel mondo. Ma l'agenzia ONU stessa sottolinea che quel numero è la punta dell'iceberg: la stragrande maggioranza dei casi non viene mai rilevata. Il 74% dei trafficanti identificati in quel periodo faceva parte di organizzazioni criminali strutturate. Eppure la tratta non vive solo nei circuiti criminali più violenti. Vive anche nei contratti di lavoro che nessuno controlla, negli appalti che si aggiudicano chi taglia tutti i costi, nei subappalti in cascata che rendono la filiera opaca anche a chi la gestisce.
~$150 mld
profitti annui generati dal lavoro forzato a livello globale
Fonte: ILO, Profits and Poverty: The Economics of Forced Labour, 2024. La manifattura e l'agricoltura rappresentano le quote più elevate
Dove si nasconde lo sfruttamento nelle filiere che usiamo ogni giorno
La parola "tratta" evoca immaginari precisi: frontiere clandestine, prostituzione forzata, reti criminali. Tutto reale. Ma accanto a quella forma di sfruttamento, e spesso sovrapposta ad essa, esiste una zona grigia molto più ampia: quella del lavoro forzato nelle filiere produttive legali. Non è meno grave. È più difficile da vedere.
Fonti: ILO, Global Estimates of Modern Slavery 2022; Everstream Analytics, Forced Labor in Supply Chains 2025; ILO, Advancing Decent Work in Supply Chains 2025
C'è un dato particolarmente significativo per chi lavora nell'industria tessile: secondo il rapporto ILO del marzo 2025 sull'avanzamento del lavoro dignitoso nelle filiere, il settore manifatturiero (che comprende tessile e abbigliamento) rappresenta quasi un quinto di tutto il lavoro forzato sugli adulti a livello globale, circa 3 milioni di persone. E lo sfruttamento si concentra proprio ai livelli più bassi della filiera: nei subfornitori di livello due e tre, quelli che raramente compaiono in un questionario di qualifica.
C'è anche un dato meno atteso, che riguarda la transizione energetica. La produzione di pannelli fotovoltaici dipende dal polisilicio, e una quota significativa di polisilicio proviene dallo Xinjiang, la regione cinese al centro delle denunce per lavoro forzato della minoranza uigura. La produzione di batterie per veicoli elettrici dipende dal cobalto, e oltre il 70% del cobalto mondiale viene estratto nella Repubblica Democratica del Congo, dove le miniere artigianali usano sistematicamente lavoro minorile. La transizione verde non è automaticamente una transizione giusta.
Le imprese non scelgono di partecipare al lavoro forzato. Scelgono di non guardare dove sarebbe scomodo guardare. Quella scelta, oggi, ha un nome giuridico.
La CS3D: quando la responsabilità smette di essere volontaria
Per anni, la risposta delle grandi imprese ai rischi di lavoro forzato in filiera è stata affidata a codici di condotta, questionari ai fornitori e audit sociali periodici. Strumenti che hanno un valore, ma che hanno anche un limite strutturale: dipendono dalla collaborazione di chi viene controllato e raramente scendono sotto il primo livello di fornitura, dove lo sfruttamento si concentra di più.
La Direttiva (UE) 2024/1760 sulla due diligence di sostenibilità delle imprese (CS3D, o CSDDD) cambia questa logica. Non chiede alle imprese di pubblicare un report sui rischi che potrebbero esistere nella filiera. Chiede di agire: identificare, prevenire, mitigare e rimediare gli impatti negativi sui diritti umani e sull'ambiente lungo tutta la catena di attività. E tra i diritti umani esplicitamente inclusi c'è il divieto di lavoro forzato, di schiavitù per debito, di traffico di persone a scopo lavorativo.
Le imprese soggette alla direttiva (con più di 1.000 dipendenti e oltre 450 milioni di euro di fatturato, soglie fissate dal Pacchetto Omnibus del 2026) devono adottare un piano di due diligence che identifichi i rischi concreti nella filiera, stabilisca misure di prevenzione prioritizzate per gravità e probabilità, definisca meccanismi di segnalazione accessibili ai lavoratori, e rendiconti i progressi. Le sanzioni previste arrivano fino al 5% del fatturato netto mondiale. A queste si aggiunge la possibilità di responsabilità civile per i danni causati.
ESRS S1 e i lavoratori nella filiera: cosa deve rendicontare chi è soggetto alla CSRD
Sul versante della rendicontazione, lo standard europeo ESRS S1 (Workers in the Value Chain) richiede alle imprese soggette alla CSRD di valutare e comunicare gli impatti, i rischi e le opportunità legati ai lavoratori lungo tutta la catena del valore. Non solo i propri dipendenti diretti: anche chi lavora per i fornitori, i subfornitori, i terzisti.
Tra gli aspetti da rendicontare secondo ESRS S1 ci sono: le condizioni di lavoro, il rispetto dei diritti umani fondamentali, la presenza di lavoro forzato o lavoro minorile nella filiera, i meccanismi di segnalazione accessibili ai lavoratori, le misure adottate per mitigare i rischi identificati. Non si tratta di dichiarazioni di intento: lo standard richiede dati, evidenze, azioni concrete e risultati misurabili.
L'incrocio tra CSRD/ESRS S1 e CS3D crea un sistema coerente: da un lato l'obbligo di rendicontare gli impatti sui lavoratori in filiera, dall'altro l'obbligo di identificarli e gestirli attivamente. Chi è soggetto a entrambe le normative si trova di fronte a una sfida operativa concreta: costruire una visibilità reale sulla propria catena di fornitura, oltre il primo livello.
Cosa fanno le imprese responsabili: oltre l'audit sociale
L'audit sociale tradizionale, quello in cui un team esterno visita uno stabilimento fornitore e compila una checklist, è uno strumento necessario ma non sufficiente. Lo sfruttamento profondo in filiera è quasi impossibile da rilevare in una visita annunciata e circoscritta al sito produttivo. Le imprese che stanno costruendo approcci più efficaci lo sanno, e si stanno muovendo in direzioni diverse.
Visibilità a più livelli della filiera. La maggior parte delle mappature di filiera si ferma al primo livello: il fornitore diretto. Le pratiche avanzate scendono al secondo e terzo livello, dove lo sfruttamento è statisticamente più concentrato. Questo richiede un lavoro di mappatura più complesso e più costoso, ma è l'unico modo per avere un quadro realistico.
Meccanismi di segnalazione accessibili ai lavoratori. La CS3D richiede esplicitamente che le imprese mettano in campo canali attraverso cui i lavoratori nella filiera possano segnalare violazioni. Non un numero verde sui poster in fabbrica: meccanismi realmente accessibili, nella lingua dei lavoratori, con protezione dell'anonimato e garanzia di non ritorsione. Costruire questi canali è tecnicamente semplice. Fare in modo che vengano usati richiede investimento nella fiducia.
Acquisto responsabile. Una parte dello sfruttamento in filiera deriva dalle condizioni di acquisto che le grandi imprese impongono ai fornitori: prezzi troppo bassi, tempi di consegna impossibili, cancellazioni last-minute di ordini. Questi comportamenti creano la pressione economica che spinge i fornitori a tagliare sui costi del lavoro. Le imprese che stanno costruendo filiere più etiche stanno rivedendo le proprie politiche di acquisto, pagando prezzi che permettano condizioni di lavoro dignitose e condividendo con i fornitori il costo degli adeguamenti richiesti.
Tracciabilità documentata. Sapere da dove vengono le materie prime non è solo una questione di marketing. È la base su cui si costruisce qualsiasi forma di accountability reale. Alcune imprese stanno adottando sistemi di tracciabilità digitale, dalle blockchain alle piattaforme di supply chain management, per documentare l'origine dei materiali e le condizioni in cui sono stati prodotti. Non è una garanzia assoluta, ma è un salto qualitativo rispetto all'opacità totale.
Il contesto regolatorio globale si sta chiudendo attorno a questo tema
La CS3D europea non è un'eccezione. È parte di un movimento regolatorio globale che sta trasformando la responsabilità per le filiere da principio etico a obbligo legale con conseguenze concrete.
Il Modern Slavery Act britannico (2015) e australiano (2018) impongono alle grandi imprese la pubblicazione di dichiarazioni annuali sui rischi di schiavitù moderna nelle proprie operazioni e filiere. Il Uyghur Forced Labor Prevention Act americano (2022) stabilisce una presunzione legale: qualsiasi prodotto che contenga materiali dalla regione dello Xinjiang è considerato prodotto con lavoro forzato fino a prova contraria, con conseguente blocco all'importazione. La legge francese sul dovere di vigilanza (2017) e la legge tedesca sulla diligenza nelle catene di fornitura (2021) avevano già anticipato l'approccio europeo della CS3D.
In questo contesto, la tratta di esseri umani smette di essere solo un problema di sicurezza pubblica e diventa un rischio operativo, legale e reputazionale per qualsiasi impresa che operi con filiere globali. Non perché le imprese siano colpevoli di organizzare il traffico di persone. Perché possono essere complici dell'impunità di chi lo fa, se scelgono di non guardare.
Da dove si comincia: domande concrete per un approccio operativo
La due diligence sui diritti umani in filiera non si costruisce in un giorno. Ma ci sono domande concrete che qualsiasi impresa può iniziare a porsi oggi, indipendentemente dalla propria dimensione o dal proprio settore.
- Conosco i miei fornitori di secondo e terzo livello? Ho una mappatura della filiera che va oltre chi mi emette fattura direttamente?
- So da dove vengono le materie prime critiche che utilizzo? Cotone, minerali, fibre naturali, ingredienti agricoli: c'è un paese di origine noto ad alto rischio?
- I prezzi che pago ai miei fornitori coprono il costo del lavoro dignitoso? O creo una pressione economica che inevitabilmente viene scaricata sui lavoratori più vulnerabili della filiera?
- Esiste un meccanismo attraverso cui i lavoratori nei siti dei miei fornitori potrebbero segnalare condizioni di sfruttamento? Qualcuno lo monitora?
- Se stai preparando un report CSRD o avviando la due diligence CS3D: l'analisi di materiality include gli impatti sui lavoratori nella catena del valore? ESRS S1 è stato valutato?
Nessuna di queste domande ha una risposta perfetta. Molte imprese scoprono, nel momento in cui iniziano a cercare, che la visibilità sulla propria filiera è molto più limitata di quanto pensassero. Questa scoperta non è una sconfitta: è il punto di partenza di qualsiasi percorso responsabile.
In Kyklos Carbon affianchiamo le imprese nella valutazione dei rischi sociali in filiera, nella costruzione di policy di acquisto responsabile e nella rendicontazione secondo ESRS S1 e i requisiti CS3D. Non siamo un'organizzazione umanitaria: siamo una società di consulenza ESG che sa che la sostenibilità reale include anche sapere come e in quali condizioni vengono prodotte le cose che si vendono.
Vuoi capire come la tua impresa può costruire una due diligence concreta sui diritti umani in filiera?
Una giornata che riguarda anche chi non si occupa di diritti umani
Il 30 luglio non è una giornata per le ONG. È una giornata per chiunque prenda decisioni di acquisto, di approvvigionamento, di scelta dei fornitori. Ogni decisione presa senza chiedersi che cosa succede ai livelli più bassi della filiera è una decisione che potenzialmente contribuisce all'impunità che permette allo sfruttamento di esistere.
La tratta di esseri umani prospera nell'opacità. Nelle filiere globali, quell'opacità si chiama subappalto non dichiarato, fornitore sconosciuto, origine della materia prima non tracciata. Le normative europee stanno chiedendo alle imprese di fare luce su quella zona grigia. Non per punirle: per renderle parte attiva della soluzione.
Non esistono filiere pulite di default. Esistono imprese che hanno scelto di guardare, e imprese che hanno scelto di non farlo. Quella scelta, oggi, non è più solo etica. È strategica, legale e rendicontabile.
Fonti
- ILO, Walk Free, IOM: Global Estimates of Modern Slavery: Forced Labour and Forced Marriage, 2022
- ILO: Advancing Decent Work in Supply Chains. Textiles and Clothing Sector, marzo 2025
- ONU Italia: Giornata contro la tratta di esseri umani 2025: tema, dati, campagna
- Vatican News: Giornata mondiale contro la tratta, allarme globale ONU, luglio 2025
- Direttiva (UE) 2024/1760: Corporate Sustainability Due Diligence Directive (CS3D)
- Everstream Analytics: Forced Labor in Supply Chains, Risks in 20
- ImpACT International: Forced Labor in Global Supply Chains Persists in 2025 Despite Regulatory Pressure
- Stop Modern Day Slavery: The CS3D and corporate accountability for forced labour in supply chains
Il capo che indossi, il telefono che usi, il cibo che mangi. Ogni filiera ha una storia che poche imprese scelgono di leggere fino in fondo.