Un prodotto venduto in Europa dovrà presto avere una carta d'identità digitale. Ecco cosa cambia, e perché conviene prepararsi adesso.

Immagina di comprare un giubbotto. Sul giubbotto c'è un QR code. Scansionandolo, puoi vedere da dove viene la fibra, se il prodotto è riparabile, se contiene sostanze problematiche, quanto carbonio ha generato la sua produzione e come smaltirlo a fine vita. Questa non è fantascienza: è l'obiettivo del Passaporto Digitale di Prodotto, uno degli strumenti centrali del Regolamento (UE) 2024/1781, conosciuto come ESPR (Ecodesign for Sustainable Products Regulation).

L'ESPR è in vigore dal 18 luglio 2024 e si applica a quasi tutti i beni fisici immessi sul mercato europeo, dagli elettrodomestici ai tessuti, dai mobili alle vernici. L'obiettivo dichiarato è rendere i prodotti più durevoli, più riparabili, più riciclabili e più trasparenti sul proprio impatto ambientale. La logica non è nuova, ma la portata è senza precedenti: stavolta non riguarda solo i prodotti energivori, come la precedente direttiva Ecodesign, ma praticamente tutto ciò che si produce e vende in Europa.

Per chi progetta, produce o vende beni fisici, questo significa che la conformità ambientale non sarà più un'opzione di comunicazione ma un requisito di accesso al mercato. E prepararsi richiede tempo, perché il lavoro vero non è quello normativo: è quello sui dati.

Cosa cambia rispetto alla normativa precedente

La Direttiva Ecodesign del 2009 era concentrata sull'efficienza energetica: si occupava principalmente di apparecchiature elettriche ed elettroniche, introducendo requisiti sulle prestazioni energetiche. Funzionava, ma con un perimetro stretto e un'ottica quasi esclusivamente energetica.

L'ESPR allarga il perimetro su due dimensioni. La prima è quella dei prodotti coperti: quasi tutti i beni fisici, con poche eccezioni (alimenti, farmaci, piante, animali, veicoli già coperti da normative dedicate). La seconda è quella degli aspetti valutati: non più solo l'efficienza energetica, ma l'intero ciclo di vita. Durabilità, riparabilità, riutilizzabilità, contenuto di materiale riciclato, presenza di sostanze problematiche, possibilità di smontaggio, disponibilità di pezzi di ricambio, impronta carbonica.

C'è però una caratteristica strutturale dell'ESPR che vale la pena capire bene: il Regolamento non fissa requisiti operativi immediatamente applicabili. Definisce un quadro comune e gli strumenti. I requisiti specifici per ciascuna categoria di prodotto arriveranno progressivamente tramite atti delegati della Commissione Europea. Questo significa che chi produce ferro e acciaio li vedrà nel 2026, chi fa tessuti e abbigliamento nel 2027, chi lavora nel mobile nel 2028. Non è un'unica scadenza per tutti: è un calendario che conviene seguire con attenzione.

Anno Categorie di prodotto Note
2026 Ferro e acciaio Prime misure operative ESPR
2027 Tessuti e abbigliamento, pneumatici, alluminio Include il divieto di distruzione invenduti moda (medie imprese dal 2030)
2027 Requisiti di riparabilità (orizzontali) Scoring di riparabilità per categorie multiple
2028 Mobili e arredamento  
2029 Materassi, dispositivi elettronici ed elettrici Requisiti su contenuto di riciclato e riciclabilità
Year Product categories Notes
2026 Iron and steel First operative ESPR measures
2027 Textiles and clothing, tyres, aluminium Includes ban on fashion unsold goods destruction (medium companies from 2030)
2027 Repairability requirements (horizontal) Repairability scoring across multiple categories
2028 Furniture and furnishings  
2029 Mattresses, electronic and electrical devices Requirements on recycled content and recyclability

Fonte: Piano di lavoro ESPR 2025-2030, Commissione Europea

Il Passaporto Digitale di Prodotto: non solo trasparenza, anche struttura dei dati

Il Digital Product Passport è l'elemento più concreto e più operativamente impegnativo dell'ESPR. Ogni prodotto soggetto alla normativa dovrà essere accompagnato da un supporto dati accessibile, tipicamente un QR code o tecnologia equivalente, che consenta a chiunque nella filiera di recuperare informazioni certificate sul prodotto.

Le informazioni specifiche da includere nel DPP varieranno per categoria di prodotto e saranno definite dagli atti delegati. In linea generale, il passaporto potrà raccogliere dati su: prestazioni tecniche del prodotto, materiali utilizzati e loro origine geografica, presenza di sostanze di preoccupazione, riparabilità e disponibilità di ricambi, percentuale di contenuto riciclato, possibilità e modalità di riciclo a fine vita, impronta carbonica lungo il ciclo di vita

Il Passaporto Digitale di Prodotto non è un documento da allegare. È un sistema di gestione dei dati di prodotto che deve funzionare in tempo reale per tutta la vita commerciale del bene.

Qui sta il punto che molte PMI sottovalutano. Il DPP non richiede di scrivere un documento: richiede di avere dati affidabili, aggiornabili e condivisibili. E questi dati non risiedono in un unico ufficio. Sono distribuiti tra l'ufficio tecnico che conosce i materiali, l'ufficio acquisti che conosce i fornitori, la produzione che conosce i consumi, la qualità che conosce le certificazioni. Aggregarli in modo coerente e strutturato richiede un lavoro di organizzazione interna che non si improvvisa in poche settimane.

C'è un'ulteriore complessità: alcuni dati non si trovano in azienda. Molte informazioni sulla filiera, come l'origine delle materie prime, la certificazione dei processi dei fornitori o il contenuto di riciclato di un componente, risiedono presso fornitori o subfornitori che potrebbero non averle mai formalizzate. Il dialogo con la supply chain diventa parte del lavoro di preparazione al DPP, non un'attività separata.

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Il divieto di distruzione degli invenduti: un cambiamento già in atto

Tra le misure ESPR già operative o in arrivo a breve, una delle più concrete riguarda il settore moda. Dal 19 luglio 2026, le grandi imprese non potranno più distruggere prodotti invenduti di abbigliamento, accessori di abbigliamento e calzature. Per le medie imprese, lo stesso divieto è previsto dal 2030.

4-9%

dei prodotti tessili invenduti in Europa viene distrutto prima di essere mai indossato

​ 5,6 mln t

di CO₂ emesse ogni anno dalla distruzione di invenduti tessili in Europa

Fonte: Commissione Europea, misure ESPR sulla distruzione degli invenduti tessili, febbraio 2026

Parallelamente al divieto, le grandi imprese sono già soggette all’obbligo di comunicare i volumi di prodotti invenduti scartati come rifiuti, indicando quantità, peso, motivazioni dello scarto, destinazione dei prodotti e misure adottate per prevenirne la distruzione. Per le medie imprese, l’obbligo sarà applicabile a partire dal 2030.

Due obblighi che si tengono: il divieto di distruzione spinge le imprese a sviluppare canali alternativi (rivendita su secondari, donazione, riparazione, riuso, riciclo del materiale), mentre l'obbligo di disclosure garantisce che i numeri siano verificabili.

Per le PMI del tessile, anche quelle che al momento non rientrano nelle soglie dimensionali, il segnale è chiaro: la gestione dell'invenduto sta diventando una variabile di conformità, non solo di efficienza operativa. Chi non ha ancora un sistema per tracciare stock, resi e destinazione dei prodotti non venduti si trova a dover costruire quella capacità prima che diventi obbligatoria.

L'ecodesign come criterio di progettazione, non come etichetta

Il cuore dell'ESPR non è il DPP e non sono le misure sugli invenduti. È il cambiamento di prospettiva sull'atto stesso di progettare un prodotto.

Oggi, nella maggior parte delle aziende, la sostenibilità entra nella progettazione come verifica finale: si disegna il prodotto, poi si valuta se rispetta certi standard ambientali. L'ESPR spinge in una direzione opposta: criteri come durabilità, facilità di smontaggio, compatibilità con sistemi di riparazione e riciclo devono informare le scelte progettuali a monte, non essere controllate a valle.

Questo ha implicazioni concrete. Un prodotto progettato con giunzioni incollate non può essere smontato per la riparazione. Un componente non standardizzato rende impossibile la sostituzione parziale. Un materiale composito difficilmente riciclabile chiude le opzioni a fine vita. Queste non sono considerazioni filosofiche: sono criteri che i futuri atti delegati dell'ESPR renderanno metriche misurabili e requisiti verificabili.

Per chi riprogetta una linea di prodotto o lancia un nuovo articolo, integrare questi criteri adesso, quando non c'è ancora l'obbligo, è molto meno costoso che adattarsi quando il requisito è già in vigore e la finestra per la revisione del progetto è chiusa.

Il vero nodo è sui dati, e vale la pena capire perché

C'è una conseguenza dell'ESPR che emerge chiaramente man mano che le aziende iniziano a prepararsi: il Regolamento non richiede investimenti tecnologici complessi. Richiede prima di tutto che i dati di prodotto esistano, siano affidabili e siano organizzati.

Nella pratica, le informazioni necessarie per il DPP si trovano distribuite in luoghi molto diversi: l'ufficio tecnico ha le schede materiali, gli acquisti hanno i contratti con i fornitori, la produzione tiene traccia dei consumi, la qualità gestisce le certificazioni. Nessuna di queste fonti è pensata per produrre dati comparabili o aggregabili in modo automatico. Prima di qualsiasi sistema digitale, serve un lavoro di ricognizione e normalizzazione che richiede tempo e chiarezza sulle responsabilità.

60-80%

delle informazioni necessarie al DPP è già presente in azienda, ma distribuita in silos diversi

Fonte: stima basata su analisi di settore (McKinsey, Accenture, 2025)

Il gap non è di conoscenza, è di organizzazione

Un errore comune è cercare prima la soluzione tecnologica. Piattaforme per il DPP, software di gestione del ciclo di vita, sistemi di traceability: tutti strumenti utili, ma che producono valore solo se i dati che alimentano sono puliti, verificati e aggiornati. Partire dal software senza aver risolto la qualità dei dati di base è un percorso che porta a sistemi costosi e poco affidabili.

Il primo passo non è tecnologico. È capire quali prodotti sono potenzialmente coinvolti, quali dati sono già disponibili, dove si trovano i gap e quali informazioni è necessario richiedere ai fornitori. Su quella mappa si costruisce tutto il resto.

In Kyklos Carbon lavoriamo con le aziende proprio su questa fase preparatoria: mappatura dei prodotti rispetto al piano di lavoro ESPR, ricognizione dei dati disponibili, identificazione dei gap informativi e supporto nel dialogo con la filiera per raccogliere le informazioni che non si trovano internamente. Non vendiamo soluzioni software: aiutiamo a costruire la base dati che qualsiasi sistema DPP dovrà poi alimentare.

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Una prospettiva per il medio termine

L'ESPR non è una normativa da affrontare con un progetto straordinario. È un framework che cambierà progressivamente le condizioni di accesso al mercato europeo, settore per settore, requisito per requisito. Chi segue il calendario degli atti delegati e prepara la propria struttura di dati con anticipo arriva alle singole scadenze con il lavoro già fatto. Chi aspetta l'obbligo specifico per il proprio settore si trova a lavorare in fretta su qualcosa che avrebbe richiesto mesi.

C'è anche un aspetto che va oltre la conformità. Le informazioni che il DPP richiede di raccogliere, dai materiali ai consumi ai processi della filiera, sono le stesse che permettono di identificare dove un prodotto è inefficiente, dove i costi di fine vita sono troppo alti, dove un fornitore rappresenta un rischio. Chi costruisce questa base dati per rispettare l'ESPR finisce per avere in mano uno strumento di analisi del prodotto che non aveva prima.

Un DPP costruito bene non è solo un requisito normativo. È la documentazione tecnica del prodotto che ogni reparto vorrebbe avere e che raramente qualcuno ha mai assemblato in un formato unico.

Laetitia Dayras 18 giugno 2026
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