Earth Day 2026: la Terra non ha bisogno solo di meno emissioni. Ha bisogno anche di qualcosa che le tolga dall'aria.

Ogni 22 aprile, da oltre cinquant'anni, il mondo si ferma per ricordare che abbiamo un solo pianeta. L'Earth Day è nato nel 1970 negli Stati Uniti, quando milioni di persone scesero in strada per chiedere politiche ambientali serie. Oggi lo celebrano più di 193 paesi e il tema del 2026 - "Our Power, Our Planet" - mette al centro una parola sola: azione concreta, non dichiarazioni.

Nel 2026, agire concretamente sulla crisi climatica significa fare i conti con una realtà che la scienza ha reso inequivocabile: non basta smettere di emettere. Decenni di emissioni accumulate in atmosfera non scompaiono se chiudiamo i rubinetti. Il riscaldamento globale che stiamo vivendo è in buona parte il risultato di CO₂ già presente nell'aria - e che ci rimarrà per secoli, salvo intervento diretto.

È qui che entra in scena il carbon removal: l'insieme di tecnologie, pratiche e interventi in grado di rimuovere attivamente CO₂ dall'atmosfera e stoccarla in modo duraturo. Non è una soluzione miracolosa, non sostituisce la riduzione delle emissioni. Ma è uno degli strumenti che il pianeta, e le imprese, hanno a disposizione per affrontare la parte del problema che la sola decarbonizzazione non risolve.

Rimuovere ciò che è già nell'aria

Il punto di partenza è una distinzione fondamentale, che spesso viene confusa: la differenza tra evitare emissioni e rimuovere CO₂.

Quando un'azienda installa pannelli solari, ottimizza la logistica o sostituisce una caldaia a gas, evita di produrre nuove emissioni. È un lavoro prezioso e necessario. Il carbon removal fa qualcosa di diverso: agisce sulla CO₂ già presente in atmosfera, estraendola e immagazzinandola. Non è una variante della riduzione delle emissioni: è un'operazione complementare, con logica e strumenti propri.

Questi interventi possono generare crediti di carbonio: unità che rappresentano una tonnellata di CO₂ effettivamente rimossa e verificata. Per un'impresa, acquistare crediti di carbon removal significa finanziare quell'intervento di rimozione e, nel contempo, compensare una quota delle proprie emissioni residue - quelle che restano anche dopo aver fatto tutto il possibile per ridurle alla fonte.

Il carbon removal non è un'alternativa alla decarbonizzazione. È la risposta alla parte del problema che la decarbonizzazione, da sola, non può risolvere.


Il percorso corretto: misurare, ridurre, poi compensare

Prima di entrare nel dettaglio dei progetti, vale la pena chiarire l'ordine logico in cui queste scelte vanno affrontate. È un punto che sembra ovvio, ma che nella pratica viene spesso invertito - con conseguenze dirette sulla credibilità dell'azienda.

1.  Misura  -  calcola la carbon footprint (Scope 1, 2 e 3) con metodologie riconosciute. Senza sapere quante emissioni produci e dove si concentrano, qualsiasi strategia climatica poggia su basi instabili.

2.  Riduci  -  intervieni alla fonte - processi, energia, logistica, supply chain. Questo è il lavoro principale, non l'acquisto di crediti.

3.  Compensa le emissioni residue  -  solo dopo aver misurato e ridotto, i crediti di carbon removal entrano in gioco per gestire ciò che resta - in modo credibile e verificabile.

Acquistare crediti prima di aver misurato e ridotto non è una strategia climatica: è una dichiarazione ambientale senza fondamento. Rientra esattamente nel perimetro di ciò che la Direttiva europea ECGT, in vigore da settembre 2026, vieta come pratica commerciale scorretta.

Tre famiglie di progetti: nature-based, industriali, ibridi

Non tutti i progetti di carbon removal funzionano allo stesso modo. Differiscono nel metodo con cui rimuovono la CO₂, nella durata con cui la mantengono stoccata, nel costo e nei benefici che generano oltre alla sola rimozione. Capire queste differenze è essenziale per scegliere i crediti più coerenti con la propria strategia.

I progetti si dividono in tre grandi famiglie.

1. Progetti nature-based (basati sulla natura)​

Utilizzano ecosistemi naturali per assorbire e trattenere CO₂. Sono oggi i più diffusi sul mercato grazie a costi accessibili e standard di certificazione maturi.

✓  Co-benefici su biodiversità, qualità del suolo e comunità locali · Metodologie consolidate · Costi accessibili


↗  Permanenza dello stoccaggio più limitata · Esposizione a rischi esterni (incendi, uso del suolo, eventi climatici)

Afforestazione e riforestazione: creazione o ripristino di foreste. Gli alberi sottraggono CO₂ all'atmosfera attraverso la fotosintesi e la immagazzinano nella biomassa - tronco, rami, radici - e nel suolo.

Agricoltura rigenerativa: pratiche come la semina su sodo, le colture di copertura e la rotazione aumentano il carbonio organico nei suoli agricoli. Oltre a sequestrare carbonio, migliorano la fertilità e la resilienza del terreno - un co-beneficio diretto per chi lavora la terra.

Ripristino delle zone umide e delle torbiere: questi ecosistemi immagazzinano quantità straordinarie di carbonio. Quando vengono drenati o degradati, lo rilasciano. Il loro ripristino serve prima di tutto a fermare queste emissioni in corso, e nel tempo a riattivare la capacità naturale di accumulo.

2. Progetti industriali (tecnologie di ingegneria avanzata)

Rimuovono CO₂ in modo controllato attraverso processi industriali e la stoccano in formazioni geologiche profonde. Offrono la maggiore garanzia di permanenza attualmente disponibile.

✓  Permanenza dello stoccaggio molto elevata - secoli o millenni · Stoccaggio geologico verificabile · Indipendenti da variabili biologiche e climatiche


↗  Costi significativamente più elevati · Richiedono infrastrutture specifiche · Tecnologie ancora in fase di espansione della scala

Bioenergia con cattura e stoccaggio (BECCS): produce energia a partire da biomassa - residui agricoli o forestali - catturando la CO₂ rilasciata durante il processo e iniettandola in formazioni geologiche profonde, dove rimane stabile per millenni. L'effetto netto è una rimozione reale di carbonio dall'atmosfera.

Cattura diretta dell'aria con stoccaggio (DACCS - Direct Air Carbon Capture and Storage): impianti industriali che aspirano aria, separano la CO₂ tramite filtri chimici o solventi e la comprimono per lo stoccaggio geologico. Non dipende dall'uso del suolo e può essere installata ovunque ci sia energia disponibile. È una delle tecnologie su cui è stato sviluppato il primo standard del CRCF europeo, con le prime certificazioni attese tra fine 2026 e inizio 2027.

3. Soluzioni ibride

Combinano processi biologici e intervento tecnologico, offrendo un equilibrio tra durabilità dello stoccaggio e co-benefici ambientali.

✓  Combinano permanenza media-alta con co-benefici sui suoli agricoli · Approccio scalabile · Costo intermedio tra nature-based e industriali


↗  Filiera della biomassa da verificare caso per caso · Monitoraggio nel tempo necessario

Biochar: la biomassa viene trasformata attraverso la pirolisi - riscaldamento in assenza di ossigeno - in un materiale carbonioso stabile che trattiene il carbonio per centinaia o migliaia di anni, invece di rilasciarlo rapidamente in atmosfera. Incorporato nei suoli agricoli, migliora fertilità e ritenzione idrica. Può anche essere usato come additivo in materiali da costruzione.

Stoccaggio nei prodotti a lunga durata: il carbonio viene sequestrato incorporandolo in materiali costruttivi come legno strutturale, fibre vegetali o biocompositi. La CO₂ assorbita durante la crescita della biomassa rimane immagazzinata per tutta la vita del prodotto - che può durare decenni o secoli nel caso di edifici e infrastrutture.


La scelta tra queste tre famiglie non si riduce al prezzo. Dipende da cosa si vuole ottenere: durata dello stoccaggio, tipo di co-benefici, coerenza con il settore dell'azienda e con la strategia di comunicazione ambientale. Un'azienda agricola o alimentare troverà una logica diversa rispetto a un produttore industriale con emissioni di processo difficili da eliminare.

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Il CRCF: perché la certificazione europea cambia le regole del gioco

Fino a poco tempo fa, il mercato volontario dei crediti di carbonio era un terreno difficile da navigare: standard diversi, metodologie disomogenee, livelli di verifica molto variabili. Per chi acquistava, distinguere un credito solido da uno di facciata richiedeva competenze specifiche e molto tempo.

Con il Carbon Removal Certification Framework (CRCF), in vigore dal 26 dicembre 2024, l'Unione Europea ha introdotto il primo quadro europeo volontario per la certificazione dei progetti di carbon removal. Non si tratta solo di una formalità tecnica: è una garanzia di qualità che ridefinisce cosa significa compensare in modo credibile.

CRCF

in vigore dal 26 dicembre 2024 · prime certificazioni attese tra fine 2026 e inizio 2027

Primo framework europeo per la certificazione dei carbon removal · Requisiti stringenti su quantificazione, addizionalità e permanenza · Copre progetti nature-based, industriali e ibridi

Per un'impresa che acquista crediti, poter dichiarare che le proprie emissioni residue sono compensate attraverso crediti certificati CRCF significa poterlo dimostrare con uno standard europeo riconosciuto - non semplicemente affermarlo. In un contesto in cui la Direttiva ECGT vieta dichiarazioni ambientali non supportate da evidenze verificabili, questa distinzione vale molto di più di quanto possa sembrare.

Lo stato del mercato: cresce, ma la qualità è ancora una sfida

Il mercato volontario dei crediti di carbonio è in espansione. Ma non tutta la crescita va nella stessa direzione.

~€3 mld

valore del mercato volontario nel 2026

€15 mld

proiezione al 2035 (CAGR ~20%) - Fonte: Regreener / BloombergNEF

Fonti: Regreener Earth (2025); Carbon Credits.com (2025); Carbon Direct (2026)

Nel 2025, il 95% dei crediti di rimozione emessi proveniva da progetti nature-based, mentre solo il 5% da soluzioni industriali ad alta durabilità. I crediti di qualità alta - con permanenza verificata, metodologie solide e co-benefici documentati - costano fino al 300% in più rispetto a quelli di bassa qualità, ma sono anche gli unici che reggono sotto l'occhio di clienti, investitori e regolatori.

Il dato più importante: meno del 10% dei progetti di rimozione esaminati supera i criteri di alta qualità definiti dai principali analisti di settore (Carbon Direct, 2026). Il mercato cresce. Ma scegliere male - un credito non certificato, un progetto senza verifica indipendente - non è una questione di gusto: è un'esposizione diretta al rischio di greenwashing.

Come Kyklos Carbon può aiutare 

Integrare il carbon removal in una strategia climatica credibile richiede un punto di partenza preciso: sapere quante emissioni produci, dove hai già margini di riduzione e quali emissioni residue rimangono dopo che quel lavoro è stato fatto. In Kyklos Carbon affianchiamo le imprese in ogni fase di questo percorso - partendo sempre dall'azienda, non da un modello preconfezionato.

  • Calcolo della carbon footprint (Scope 1, 2 e 3): misuriamo le emissioni con metodologie riconosciute internazionalmente, costruendo la base dati che rende qualsiasi strategia climatica solida e verificabile.
  • Strategia di riduzione: identifichiamo le aree di intervento prioritarie e supportiamo l'azienda nel costruire un piano concreto per ridurre le emissioni alla fonte - prima di valutare qualsiasi forma di compensazione.
  • Selezione dei crediti di carbon removal: una volta definite le emissioni residue, affianchiamo l'azienda nella scelta dei crediti più adatti per tipo di progetto, durata dello stoccaggio, co-benefici e coerenza con la propria strategia - con attenzione specifica all'allineamento al CRCF.


Costruiamo insieme il percorso che trasforma le emissioni residue in una strategia climatica credibile.

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Conclusione

Il carbon removal non è la soluzione a tutto. Ma è una delle poche leve oggi disponibili per affrontare in modo serio un problema reale: le emissioni che restano anche dopo aver fatto tutto il possibile per ridurle.

In occasione dell'Earth Day 2026, il punto non è celebrare una tecnologia. È riconoscere che il pianeta ha bisogno di interventi concreti su più fronti - e che le imprese che si muovono adesso, con metodo e con i dati giusti, non si limitano a rispettare le regole: contribuiscono a costruire qualcosa di più solido.

Le emissioni residue esistono. Ignorarle non le fa sparire. Gestirle bene è ciò che separa una strategia climatica credibile da una dichiarazione d'intenti.

Laetitia Dayras 22 aprile 2026
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Scope 3: la parte più grande della tua carbon footprint è anche quella che nessuno controlla davvero.