Dopo il clima, arriva la biodiversità. E le PMI che pensano non le riguardi rischiano di sbagliare calcolo.

Il clima ha dominato l'agenda ESG dell'ultimo decennio. Carbon footprint, net zero, Scope 1-2-3: concetti entrati faticosamente ma ormai stabilmente nel vocabolario delle imprese e dei loro interlocutori finanziari. Ora sta accadendo la stessa cosa con un tema diverso, altrettanto strategico e molto meno esplorato.

La biodiversità sta entrando nei framework ESG, nelle richieste di filiera, nei criteri di valutazione delle banche e negli obblighi di rendicontazione europei. Non come tema ambientale astratto, ma come variabile di business concreta: risorse naturali, stabilità operativa, accesso al credito, continuità della filiera.

Il World Economic Forum ha stimato che oltre la metà del PIL globale — circa 44 trilioni di dollari di valore economico — dipende in modo moderato o elevato dalla natura e dai servizi che gli ecosistemi forniscono. Per le imprese, la natura non è uno sfondo: è un fattore produttivo che spesso non appare nei bilanci, ma la cui degradazione produce effetti molto reali su costi, forniture e accesso al mercato.

In questo articolo spieghiamo cosa significa tutto questo per una PMI: quali concetti è utile conoscere, cosa sta cambiando nel quadro regolatorio e di mercato, e da dove conviene partire.


Biodiversità e natura: una distinzione che conta

Prima di ragionare sulle implicazioni per le imprese, vale la pena fare una distinzione che spesso viene saltata. "Biodiversità" e "natura" vengono usati come sinonimi, ma non lo sono — e la differenza conta quando si tratta di capire dove un'impresa è esposta.

Secondo il framework della TNFD — la Taskforce on Nature-related Financial Disclosures, il principale organismo internazionale che sta sviluppando gli standard per la disclosure sui rischi legati alla natura — la natura comprende quattro grandi ambiti: terra, oceano, acqua dolce e atmosfera. La biodiversità è la varietà degli organismi viventi all'interno di questi ambiti: specie animali e vegetali, microrganismi, habitat, suoli ed ecosistemi. È ciò che rende la natura produttiva, resiliente e capace di adattarsi ai cambiamenti.

Quando la biodiversità si riduce, gli ecosistemi perdono gradualmente la loro capacità di fornire risorse in modo stabile. Meno impollinatori significa rese agricole più basse. Suoli impoveriti significano materie prime di qualità inferiore o costi di produzione più elevati. Ogni perdita locale ha effetti a cascata lungo la filiera, difficili da isolare e spesso difficili da attribuire a una causa singola — ma non per questo meno reali.


Perché la biodiversità è più complessa da gestire rispetto al clima

C'è un aspetto che rende la biodiversità strutturalmente più difficile da affrontare rispetto alla carbon footprint, e vale la pena dirlo subito per evitare di partire con le aspettative sbagliate: non esiste una singola metrica universale, paragonabile alla tonnellata di CO₂, capace di riassumere tutti gli impatti in un numero.

Con il clima, pur con tutte le complessità metodologiche, il riferimento è chiaro: si misurano emissioni di gas serra e si riportano in CO₂ equivalente. Con la biodiversità non funziona così. Un impatto sul suolo, uno sulle risorse idriche, uno sugli habitat e uno sugli impollinatori non sono direttamente comparabili tra loro.

A rendere il quadro ancora più articolato è il fattore geografico. Consumare acqua in un'area ricca di risorse idriche non ha lo stesso significato che farlo in un territorio già esposto a stress idrico. Occupare suolo in un'area industriale già compromessa non equivale a farlo vicino a un habitat sensibile. Lo stesso impatto, in contesti diversi, può avere conseguenze molto diverse.

Non conta solo quanto si impatta. Conta dove. La biodiversità richiede valutazioni localizzate, legate al territorio, alla filiera e agli ecosistemi specificamente coinvolti.

Per una PMI, questo non significa dover misurare tutto subito. Significa partire con metodo: identificare i punti più rilevanti, capire dove business e natura si incontrano, e costruire progressivamente una base dati utile per prendere decisioni — prima che qualcuno la chieda formalmente.


Perché la biodiversità è il prossimo fronte ESG: quattro ragioni

Per anni la biodiversità è rimasta confinata ai progetti di conservazione o alla filantropia aziendale. Oggi sta cambiando, e la velocità del cambiamento è comparabile a quella che ha portato la carbon footprint da tema di nicchia a criterio di valutazione standard per banche e grandi clienti.

La Nature Restoration Law europea. Il Regolamento (UE) 2024/1991 sul ripristino della natura stabilisce obiettivi vincolanti di ripristino degli ecosistemi per gli Stati membri. La legge non bussa direttamente alla porta delle PMI con sanzioni immediate, ma agirà come acceleratore sul contesto in cui le imprese operano: criteri più stringenti per le autorizzazioni, nuove limitazioni nell'uso di risorse idriche, requisiti più severi per le concessioni industriali in aree ecologicamente degradate.

La rendicontazione CSRD e lo standard ESRS E4. Con la CSRD e lo standard ESRS E4 — dedicato specificamente a biodiversità ed ecosistemi — le grandi imprese soggette all'obbligo devono rendicontare impatti, rischi e dipendenze legate alla natura. E come già accaduto con lo Scope 3, questo genera un effetto a cascata: per rendicontare correttamente, le grandi aziende avranno bisogno di dati dai propri fornitori nella filiera.

Il TNFD come linguaggio del mercato. Anche se una PMI non adotta subito questi standard in modo completo, deve comprenderne la logica per dialogare con banche e grandi gruppi. Il framework della TNFD — adottato a settembre 2023 e già utilizzato da centinaia di organizzazioni a livello globale — aiuta a mappare il rapporto tra natura e impresa attraverso il prisma di dipendenze e rischi, fornendo dati solidi per rispondere alle richieste di trasparenza che arrivano dagli investitori.

La gestione del rischio operativo. Dipendere da risorse naturali degradate significa esporsi a scarsità di materie prime, volatilità dei costi, interruzioni operative e autorizzazioni più difficili da ottenere. Questo vale in modo particolare nei settori agroalimentare, moda, edilizia e manifattura — dove il legame con gli ecosistemi è diretto e spesso sottovalutato.

>50% 

del PIL globale dipende in modo moderato o elevato dalla natura

 $44 trilioni ​

di valore economico a rischio da degrado degli ecosistemi

Fonte: World Economic Forum — Nature Risk Rising, 2020

I quattro concetti che servono per orientarsi

Per capire il rapporto tra impresa e natura, il framework TNFD usa quattro domande che permettono di tradurre la biodiversità in linguaggio aziendale concreto.

Dipendenze: Da cosa dipende il business?

Da quali elementi della natura dipende l'attività per funzionare? Un'azienda alimentare dipende da impollinatori, suoli fertili, precipitazioni regolari. Un produttore dipende da materie prime la cui produzione è radicata in specifici ecosistemi. Le dipendenze possono essere dirette — nell'operatività quotidiana — o mediate dalla catena del valore, e in quel caso sono spesso meno visibili ma non meno reali.

Impatti: Cosa modifica l'attività?

In che modo le attività dell'impresa modificano lo stato della natura? Uso del suolo, prelievi idrici, scarichi, emissioni, rifiuti, trasformazione di habitat: ogni processo produttivo lascia una traccia. Gli impatti possono essere negativi — la maggior parte lo è, almeno in parte — ma possono anche essere positivi, quando un'impresa recupera aree degradate, riduce l'impermeabilizzazione del suolo o adotta pratiche di filiera rigenerative.

Rischi: Quali problemi possono derivarne?

Possono essere rischi fisici — scarsità d'acqua in una zona di fornitura, degrado di un ecosistema da cui dipende una materia prima — oppure rischi di transizione: nuove normative, autorizzazioni più difficili da ottenere, requisiti più stringenti da parte di clienti e banche, pressioni reputazionali. Entrambe le categorie sono già presenti nel sistema economico, anche se non ancora nella maggior parte dei bilanci aziendali.

Opportunità: Quali vantaggi si possono costruire?

La crisi della biodiversità non è solo una fonte di rischi. Le imprese che riducono il proprio impatto sulla natura, adottano pratiche di filiera più tracciabili e sviluppano prodotti con un impatto minore sugli ecosistemi accedono a vantaggi competitivi reali: credito verde più accessibile, posizionamento nei bandi pubblici, differenziazione sul mercato, relazioni più solide con clienti e investitori sempre più attenti a questi temi.

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Da dove si parte: l'approccio LEAP

"Capito il tema. Ma concretamente, da dove si comincia?"

È la domanda giusta. Sulla biodiversità il rischio è lo stesso che molte aziende hanno già vissuto con lo Scope 3: voler misurare tutto subito, per poi bloccarsi davanti a un perimetro troppo ampio, dati incompleti e filiere difficili da ricostruire. La risposta più utile non è commissionare immediatamente uno studio complesso. È iniziare con un'analisi strutturata, proporzionata alla dimensione dell'impresa e concentrata sui punti davvero rilevanti.

A questo serve l'approccio LEAP sviluppato dalla TNFD — un metodo pratico in quattro passaggi per mettere ordine: capire dove l'azienda entra in relazione con la natura, quali dipendenze e impatti contano di più, quali rischi e opportunità emergono, e come costruire una risposta credibile.

L  Locate — localizzare  —  Dove si intersecano le attività dell'impresa con la natura? Stabilimenti, magazzini, terreni, fornitori critici. Ci sono siti vicini ad aree protette, bacini idrici vulnerabili, zone a rischio siccità, habitat sensibili? Per una PMI, questa fase può iniziare da una mappa semplice: siti diretti, principali fornitori, materie prime più rilevanti.

Evaluate — valutare dipendenze e impatti  —  Da cosa dipende l'azienda? Usa acqua? Dipende da materie prime agricole, legno, fibre naturali, ingredienti biologici? Genera scarichi, rifiuti, consumo di suolo, pressione su packaging o filiere ad alta intensità ambientale? Questo passaggio traduce l'operatività quotidiana in termini di relazione con la natura.

Assess — valutare rischi e opportunità  —  Le dipendenze e gli impatti individuati vengono tradotti in linguaggio aziendale: quali rischi fisici o di transizione emergono? Quali opportunità si aprono riducendo gli impatti o migliorando la resilienza della filiera?

Prepare — preparare la risposta  —  Definire cosa fare, quali dati raccogliere, quali obiettivi darsi e come comunicare i risultati — in modo credibile, proporzionato e verificabile. Anche una prima applicazione semplificata, concentrata sui processi e sulle filiere più rilevanti, permette di ottenere un quadro che molte PMI oggi non hanno.

Il valore del LEAP non sta nel produrre subito una disclosure perfetta. Sta nel costruire consapevolezza e ordine. In un mercato che inizierà a chiedere sempre più dati su natura e biodiversità, avere già fatto questo lavoro può fare una differenza sostanziale.


Dove la biodiversità entra nel business: tre esempi concreti

La biodiversità non è un tema astratto per le imprese che operano in settori con un legame diretto con le risorse naturali. Alcuni esempi concreti aiutano a capire dove il tema diventa reale.

Agroalimentare e food & beverage: dipendenza diretta da impollinatori, fertilità del suolo, disponibilità d'acqua e stabilità climatica lungo tutta la filiera agricola. Una siccità in una zona di approvvigionamento, il declino degli impollinatori in un'area di produzione o il degrado dei suoli di un fornitore si traducono rapidamente in volumi ridotti, qualità inferiore e costi più alti. L'esposizione non è futura: è già presente nei listini.

Manifattura e produzione industriale: le materie prime derivano da ecosistemi specifici — legno, fibre vegetali, minerali, pigmenti naturali, solventi bio-based. La tracciabilità di queste filiere sta diventando un requisito sempre più comune da parte di clienti strutturati, banche e bandi pubblici. Non saper rispondere a queste richieste significa perdere posizionamento competitivo.

Edilizia, immobiliare e infrastrutture: consumo di suolo, impermeabilizzazione, gestione delle acque di deflusso, prossimità ad aree naturali protette. La Nature Restoration Law e le normative locali stanno stringendo le maglie sulle autorizzazioni per nuovi interventi in aree ecologicamente sensibili. Chi non ha mappato la propria esposizione può trovarsi di fronte a ritardi e costi imprevisti.


Come può aiutarti Kyklos Carbon

Il punto di partenza è lo stesso che rende solida qualsiasi strategia ESG: dati misurabili, metodologie riconosciute, processi verificabili. Cambia l'oggetto dell'analisi — dalla CO₂ al rapporto tra impresa, natura e biodiversità — ma la logica resta la stessa.

In Kyklos Carbon accompagniamo le PMI con un percorso progressivo, proporzionato alla dimensione e alla realtà operativa dell'impresa:

  • Analisi del rapporto tra azienda e natura: mappiamo siti, filiere, dipendenze, impatti e rischi applicando la logica LEAP — con un approccio calibrato sulla dimensione e sulla complessità dell'impresa.
  • Strategia e azioni concrete: identifichiamo le priorità operative — riduzione del consumo idrico, tracciabilità delle materie prime, gestione delle aree verdi, packaging, fornitori critici — e supportiamo la definizione di obiettivi misurabili.
  • Supporto alla rendicontazione ESG: integriamo la biodiversità nel report di sostenibilità con metriche coerenti con i framework TNFD, GRI 101 Biodiversity e ESRS E4, adattate al livello di maturità aziendale.
  • Comunicazione ambientale verificabile: traduciamo dati e risultati in messaggi chiari, documentati e credibili — evitando claim generici difficili da dimostrare, in linea con quanto richiesto dalla Direttiva ECGT.


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Conclusione

La biodiversità non è il tema del futuro. È il tema di questo decennio — ed è già nell'agenda dei regolatori europei, degli investitori istituzionali e dei clienti corporate più avanzati.

La traiettoria è la stessa del clima: framework volontari che diventano standard di mercato, standard di mercato che diventano obblighi normativi, obblighi normativi che si trasmettono lungo le filiere. Chi ha attraversato la stagione dello Scope 3 riconosce il copione.

Il punto di partenza non deve essere la perfezione. Deve essere la consapevolezza: capire dove la propria impresa dipende dalla natura, dove la impatta, dove potrebbe essere esposta a rischi che oggi non vede ancora. Da lì si costruisce tutto il resto — in modo progressivo, proporzionato, credibile.

Chi si prepara in anticipo, strutturando dati e processi prima che diventino una richiesta formale, non riduce solo un rischio di compliance. Rafforza la propria posizione competitiva nei confronti di clienti, banche e stakeholder.


Fonti

TNFD — Recommendations of the Taskforce on Nature-related Financial Disclosures (settembre 2023)

TNFD — Guidance on the identification and assessment of nature-related issues: The LEAP approach (ottobre 2023)

World Economic Forum — Nature Risk Rising: Why the Crisis Engulfing Nature Matters for Business and the Economy (2020)

Regolamento (UE) 2024/1991 — Nature Restoration Law

GRI 101: Biodiversity 2024

 

Laetitia Dayras 21 maggio 2026
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